27 giugno 2008
Autore: Stefano Velani
Il 1° luglio prossimo la Francia riceverà dalla Slovenia la Presidenza semestrale di turno dell’Unione europea, con un’agenda che si presenta essere come una delle più cariche di lavoro, difficili e delicate non solo della Francia stessa, ma di tutta l’Unione europea in generale.
Questo soprattutto per via del cumularsi di impegni quali la fine del processo di ratifica del Trattato di Lisbona e la prossima scadenza del mandato della Commissione e del Parlamento. A ciò si aggiungano anche gli importanti dossier ancora pendenti quali la finalizzazione del “pacchetto” su clima ed energia, un miglior controllo dei flussi d’immigrazione attraverso l’eventuale adesione ad un Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo, il “set-up” della politica estera ed il dibattito sulla riforma della politica agricola comune.
Anche soltanto il primo di tali impegni basterebbe forse a saturare i carichi di lavoro di qualunque Presidenza di turno.
La Presidenza francese per di più giunge appena 3 anni dopo che il popolo francese ha rigettato il progetto di trattato costituzionale, facendo piombare l’Europa nella crisi politica in cui ancora purtroppo tristemente si dibatte.
La Francia pertanto su questa Presidenza si gioca molto se non tutto, non solo internamente e come immagine di se stessa nell’ambito dell’Unione, ma anche e soprattutto come credibilità e forza dell’Europa stessa dinanzi alle nuove sfide globali.
Ed è proprio dalla Francia che forse bisogna partire per capire che tipo di Presidenza sarà quella che sta per iniziare.
Un Paese che, rispetto al passato, sembra perdere sempre più “Grandeur”, peso ed influenza nell’orientamento economico europeo e nel suo processo decisionale. E non è forse un caso che nessun esplicito e specifico tema economico appaia fra le sue priorità di Presidenza; a ciò si aggiunga che il pressing dei Paesi emergenti che legittimamente reclamano nelle istituzioni internazionali (FMI, BM e G7) un diverso equilibrio che rifletta il peso del loro mutato status economico e quindi politico, rischia di indebolire ulteriormente il ruolo guida del “Padre fondatore d’Oltralpe” e dell’Europa come riflesso.
Inoltre, la scarsa performance economica e delle finanze pubbliche, i recenti esempi di “presunti” nazionalismi economici, le questioni sollevate sull’indipendenza della BCE e sull’eccessivo liberalismo economico dell’UE, non permettono alla Francia di dare lezioni di politica economica all’Europa, che su di essa si è fondata e su di essa deve anche rilanciarsi.
Quando tuttavia il presidente Sarkozy ha sollevato per la prima volta, nell’agosto del 2007, le priorità francesi nell’ambito della Presidenza europea, ha detto che il suo scopo sarebbe stato quello di fare dell’Europa “una priorità assoluta”. Non meno esplicito è stato nel giorno della sua conferma a Presidente della Nazione, quando ha promesso che avrebbe “riportato il suo Paese in Europa”, aiutando in particolare a superare l’impasse istituzionale con l’adozione di un nuovo Trattato di Lisbona e con un miglior coinvolgimento dei cittadini nei dibattiti europei.
E’ in questo contesto che la Francia si accinge ad assumere una delle Presidenze più delicate degli ultimi anni, la cui agenda sarà ovviamente condizionata in modo determinate dall’esito del referendum irlandese, atteso per domani. Non si tratta di un referendum qualsiasi, non solo perché si tratta d’un referendum irlandese, ma anche e soprattutto perché è un potenziale implicito veto al seguito della costruzione di una nuova architettura istituzionale comune, di cui si spera non si dovrà discutere durante il vertice europeo del 19 e 20 giugno prossimi.
Di fronte ad un “no” irlandese infatti, perfino l’importanza degli altri dossier pendenti rischierebbe di perder di senso…
Una Presidenza forte e di successo dunque, ancor più in un momento così delicato, è auspicabile per l’Europa di domani, prima ancora che per la Francia di oggi. Rappresenterebbe un nuovo esempio per i Paesi membri ad introdurre iniziative importanti per performance economiche migliori e finanze pubbliche più sane ed equilibrate.
Ma una Presidenza forte è auspicabile anche per ridare slancio ad una politica globale multilaterale, sempre meno guidata dalla Potenza leader e sempre più in cerca di una valida alternativa a cui potersi appoggiare. Non esiste in fondo nel lungo periodo una moneta forte senza un “Esecutivo” credibile, così come non può esistere un maggior ruolo sulla scena globale senza esser pronti ad accettare la maggior responsabilità che da esso inevitabilmente discende. |