19 dicembre 2007
Autore: Stefano Velani
Non passa giorno in cui non si senta parlare di capitale fisico come condizione per lo sviluppo di un’azienda. Questo è intuitivo: nessun’impresa infatti si sognerebbe di non tener conto dell’incremento della dotazione di capitale fisico nei suoi piani d’investimento. Ma la “fisicità” non è che una faccia della “medaglia” capitale e neanche ormai la più importante. Il rovescio di quella medaglia infatti è costituito da quell’ingrediente che sempre più rappresenta il sale della crescita di lungo periodo per ogni economia che guardi al futuro: il capitale umano.
L’attenzione sul tema è ormai in cima alle agende politiche di molti paesi europei ma la sua importanza non è ai più di così immediata percezione quanto quella d’un investimento nel capitale “tradizionale”. Questo, fra l’altro, tende a riflettersi sulle politiche nazionali di alcuni paesi che se a parole raramente negano la decisività dell’economia della “conoscenza” altrettanto raramente la considerano una priorità politica capace d’incidere concretamente sulla realtà futura.
La globalizzazione invece, assieme alla crescita media dell’economia mondiale, ha prodotto anche una realtà sempre più complessa le cui chiavi di “decodificazione” ormai non possono prescindere dalla crescita dell’economia della conoscenza in ogni angolo del sapere. E’ infatti ormai ampiamente riconosciuto tanto dalla teoria economica quanto dalla realtà empirica come solo i paesi in grado di tenere il passo con la ricerca scientifica e con la sua applicazione pratica siano in grado di raggiungere tassi di crescita soddisfacenti e duraturi.
In un contesto di paesi che sono in deficit di conoscenza e di paesi che invece ne hanno un surplus non è anomalo pertanto che importazioni ed esportazioni riguardino anche gli scienziati. A paesi come gli Stati Uniti che importano i “cervelli” di cui hanno bisogno infatti, ne corrispondono altri quali la Cina o l’India che provvedono ad esportarli laddove richiesti. Altri paesi quali il nostro invece, per via delle ridotte opportunità che son capaci d’offrire, non solo fanno più fatica ad importare “cervelli” ma sono anche bravissimi a farli fuggire e non più tornare.
Questo ha immediati riflessi sulla dotazione di capitale umano d’una società quale quella italiana, dove infatti proprio nel campo dell’istruzione il gap nei confronti dei nostri principali referenti comunitari non solo non tende a ridursi ma semmai addirittura ad estendersi nel corso del tempo. A ciò si aggiunga poi un paradosso tutto italiano: come mai infatti un bene nazionale scarso quale un elevato livello di istruzione riesce invece a render così poco in termini salariali rispetto a chi quell’istruzione non ha ricevuto? La risposta a questa domanda và forse ricercata anche nella bassa qualità dell’istruzione ormai offerta, sia a livello di scuola media superiore che a livello universitario.
Imprese e famiglie così reagiscono a questa situazione ma chi poi ne fa le spese, in ultima analisi, è il paese nel suo complesso, la sua economia, attraverso minori opportunità ed una minore adattabilità ai cambiamenti richiesti dal confronto internazionale e dal progresso tecnologico. Così le imprese, trovandosi di fronte a capitale umano di minore qualità rispetto a quella attesa, devono far fronte ai maggiori costi che questo comporta attraverso l’offerta di salari più bassi; e le famiglie dal canto loro, di fronte a bassi differenziali salariali fra laureati e non, più difficilmente scelgono di “investire” nell’istruzione dei propri figli. E così, come in un circolo vizioso, un minore investimento in conoscenza produce istruzione di qualità inferiore e frecce spuntate per decodificare il futuro.
La stasi della produttività d’altronde è connessa anche con la carenza di capitale umano e la gravità del ritardo del nostro Paese in tale campo ci imporrebbe di guardare all’esperienza di successo di altri paesi europei quali Svezia, Finlandia e Regno Unito, che son riusciti a migliorare il rendimento del sistema di istruzione e ricerca rafforzando la competizione fra scuole e fra università e collegando le une e le altre con il mondo del lavoro; più che maggiori spese insomma occorrono nuove regole che premino il merito di docenti e ricercatori.
Di qui l’urgenza di un intervento serio, condiviso da larghe maggioranze, che riformi l’istruzione del nostro Paese a tutti i livelli e che abdichi quindi ad una visione miope legata all’immediato consenso politico per scegliere invece definitivamente la lungimiranza d’un progetto nel quadro d’una visione d’insieme e di lungo periodo nell’interesse delle generazioni future. L’alternativa è un costante declino culturale prima ancora che economico, una stagnazione dai contorni indefiniti e la dipendenza da chi ha saputo invece investire nell’istruzione e nella crescita del sapere. |