30 ottobre 2007
Autore: Stefano Velani
Al termine della scorsa settimana e ancora nell’anno delle celebrazioni del 50° anniversario dei Trattati di Roma, nel corso del Consiglio europeo di Lisbona, un accordo è stato finalmente raggiunto sul nuovo trattato dell’Unione europea. Certamente meno ambizioso di quello rigettato dai referendum francese ed olandese ma non per questo meno importante per il suo riprenderne comunque le principali novità istituzionali.
In caso di ratifica, queste le principali riforme con cui il nuovo “popolo europeo” dovrà avere a che fare: un Presidente sarà eletto dal Consiglio europeo per 2 anni e mezzo come “bandiera stabile” dell’Europa; un Alto Rappresentante condurrà la politica estera e di sicurezza comune con il ruolo aggiuntivo di vice Presidente della Commissione europea; le decisioni del Consiglio si prenderanno finalmente a maggioranza qualificata (almeno il 55% degli Stati, rappresentanti il 65% della popolazione europea) tranne che nei casi previsti dai trattati e la minoranza di blocco dovrà contare almeno 4 paesi; i poteri del Parlamento europeo si estenderanno all’elezione del Presidente della Commissione su proposta del Consiglio; la Commissione si snellirà, con un minor numero di Commissari rispetto ai Paesi. Salvo incidenti nel percorso delle ratifiche, le prime riforme entreranno in vigore nel 2009, prima delle elezioni europee, dove le altre invece nel 2017 al più tardi.
Un grande successo per la Presidenza portoghese dunque, al prezzo però di un’ulteriore disomogeneità dell’acquis communitaire: Gran Bretagna e Polonia infatti non applicheranno la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione. Negoziazioni aspre e deroghe diffuse, solo sempre più rivelatrici delle difficoltà a far prevalere l’interesse comunitario sulle reciproche agende nazionali, dove comunque una pagina nuova viene finalmente scritta sulla governabilità dell’Unione due anni dopo il fallimento della “Costituzione” europea e relativa crisi.
Era davvero il miglior risultato auspicabile, soprattutto in termini di maggiore governabilità? Sicuramente no, ma probabilmente si è trattato del miglior compromesso possibile in termini di minore ingovernabilità.
Tutto questo però dà l’idea del poco “spirito comunitario “ che ancora aleggia intorno a noi, con una volontà politica europea affievolita e spesso miope ed una consequenziale maggiore debolezza dell’istituzione che quell’Europa è incaricata di rappresentare.
Noi italiani invece siamo forse troppo presi a guardare alla nostra riforma elettorale anziché ad una riforma sovranazionale che incide profondamente sull’architettura costituzionale di ben 27 paesi ed un domani forse più.
Eppure l’Europa non è più una scelta ed un sinonimo d’élite, bensì sempre più una necessità ed un rimedio concreto ai problemi del mondo che cambia, e che non aspetta...un’Europa moderna che legittimamente aspira a contare di più sulla scena mondiale e che avrebbe tutte le carte in regola per farlo se solo fosse più unita e guardasse più lontano del suo immediato consenso.
Nessun Paese al mondo ormai, singolarmente preso, è oggi davvero in grado d’incidere con politiche nazionali sugli eventi mondiali senza rischiare di venirne travolto. In questi giorni invece l’Europa ha fatto un passo in più, in direzione di una migliore governabilità interna e, come riflesso, di una rinnovata incisività esterna.
Che allora l’Europa guardi ad altro adesso, come ha giustamente sottolineato il premier britannico Gordon Brown; che si dedichi ora ai problemi concreti che investono direttamente il futuro dei suoi popoli, come crescita economica, mercato del lavoro, cambiamenti climatici, e questioni di sicurezza internazionale.
Rammentando il monito di Alcide De Gasperi, “l’Europa esiste, ma è ancora incatenata”: eppure la domanda d’Europa continua a crescere in ogni angolo del pianeta… |